Al-Mīṯāq è il patto che tiene insieme due case di mestieri d’arte e la foresteria che starà a muro comune con ciascuna. Una casa è cercata nella medina di Fez. L’altra abiterà una masseria della provincia di Ragusa. Il patto è la regola con cui si entra, si lavora e si resta.
Le case non si somigliano nella pietra né in chi le abiterà. Si somigliano nell’ordine del mestiere. A Fez, nel Cinquecento, le arti stavano separate, e la selleria stessa era una via di botteghe distinte: il legno dell’arcione, il ferro della staffa, il cordovano delle coperte. La prima bottega delle due case riprenderà quella distinzione. Le altre insegne (zellīj, gesso, tessuto, legatoria, essenze) si aprono quando c’è un maestro che ne risponde, e non prima.
«Le arti in questa città sono separate l’una dall’altra, e le più nobili sono nel circuito e vicinanza del maggior tempio.»
Leone Africano, Della descrizione dell’Africa, libro III, Fez (Ramusio, 1550)
La stessa regola prende due modi. Nella medina, la giornata comprende la preghiera. Nella masseria iblea, la soglia è laica, e la regola si ferma al lavoro, alla tavola e alla vita comune. La foresteria, a Fez come in Sicilia, riceve chi non dimora nella casa: senza corrispettivo, se è la casa a invitarlo; a proprie spese, se è un nadīm o un ospite da lui presentato.