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AL-FUNDUQ AṢ-ṢIQILLĪ · ARIA E ACQUA

La massa e l’ombra

Di tutto ciò che rinfresca una corte, l’ombra viene per prima e di gran lunga; ma una corte di masseria è nata larga, e l’ombra, qui, si costruisce.

وَجَعَلْنَا نَوْمَكُمْ سُبَاتًا · وَجَعَلْنَا ٱلَّيْلَ لِبَاسًا · وَجَعَلْنَا ٱلنَّهَارَ مَعَاشًا

«E abbiamo fatto del vostro sonno un riposo; e abbiamo fatto della notte una veste; e abbiamo fatto del giorno il tempo del sostentamento.»

Corano, an-Nabaʾ, 78:9–11.

Un giorno d’estate, ora per ora

La giornata tipo di luglio e agosto sull’altopiano, ricavata dalle medie orarie dell’anno climatico di riferimento per il punto della masseria, tocca il minimo alle sei del mattino e il massimo fra le tredici e le quattordici; fra i due passano otto gradi nella rianalisi e dodici nella stazione del colle, e in ambedue i casi la notte scende sotto i ventun gradi soltanto per poche ore.1 È un regime che chiede alla massa di fare un lavoro diverso da quello che fa a Fès: non di accumulare un freddo notturno che qui non c’è, ma di appiattire un’onda modesta e di spostarne il colmo alla sera, quando la casa può riaprirsi.

Ventiquattr’ore di luglio e agosto: fuori, nella corte, nella stanza

Lettura. La curva esterna non è disegnata a mano: è la media oraria di luglio e agosto dell’anno tipo PVGIS-TMY per il punto della masseria (ERA5, ore locali), con il minimo di 20,6 °C alle sei e il massimo di 28,9 °C fra le tredici e le quattordici. Le altre due curve sono uno schema: la corte in ombra segue con ampiezza ridotta; la stanza, dietro mezzo metro di calcare, oscilla di pochi gradi e tocca il massimo a sera. Le fasce segnano le ore in cui la casa si apre (notte) e si chiude (giorno). Che cosa non dimostra: corte e stanza non sono misure della masseria; gli ordini di grandezza vengono dalle corti andaluse (8–14 °C di scarto nei giorni più caldi: Diz-Mellado et al. 2021, 2023) e dall’Alhambra (Jiménez Alcalá 1999). La rianalisi smussa i picchi: la stazione di Ragusa dà massime di 32 °C e minime di 20.

La masseria dispone già dello strumento principale. Murature a sacco in pietrame calcareo di forte spessore, volte a botte e a crociera, ambienti alti: parecchie decine di tonnellate di materia che cambiano temperatura con lentezza e restituiscono in ritardo ciò che hanno ricevuto. Lo sfasamento di un muro di calcare di cinquanta o sessanta centimetri si conta in ore, e basta a portare il colmo interno oltre il tramonto; la riduzione dell’ampiezza fa il resto, e trentadue gradi fuori diventano, dentro, un pomeriggio che si sopporta senza macchina.2

La proporzione decide prima dei materiali

Chi ha misurato le corti del Maghreb e dell’Andalusia giunge alla medesima graduatoria: l’altezza dei muri che le circondano pesa più della massa, del colore delle pareti e della conducibilità dei materiali, e non si recupera con un intonaco ciò che si è perduto disegnando una corte troppo larga. La regola che un capomastro tiene a mente si lascia formulare in una riga: finché i muri sono più alti di quanto la corte è larga, la corte resta più fresca dell’esterno; non appena si allarga oltre l’altezza dei muri, diventa più calda. La soglia è stata verificata nel deserto del Negev da Yair Etzion e ripresa per la casa marocchina dal gruppo di El Harrouni; la scuola di Siviglia, che da un decennio misura le corti dell’Andalusia occidentale, ne dà i gradi — fino a 8,4 gradi sotto l’esterno in un’estate ordinaria e fino a 13,9 durante un’ondata di calore nelle corti di Cordova — e raccomanda, per i climi più caldi, rapporti fra altezza e larghezza superiori a tre.3

La proporzione della corte, l’ombra che dà il disegno e quella che aggiunge il telo

Lettura. Geometria pura alla latitudine della masseria (36,9° N): il modello calcola l’altezza e l’azimut del sole e l’ombra che i quattro muri gettano sul pavimento di una corte rettangolare; la sezione mostra la componente est–ovest, il numero in pianta tiene conto anche del muro di mezzogiorno. Il valore iniziale, AR = 0,6, è quello di una corte di masseria, larga più che alta: a metà pomeriggio d’agosto i muri da soli ombreggiano meno di metà del pavimento. La curva del secondo riquadro dà la frazione d’ombra lungo la giornata; le tacche segnano la soglia di Etzion (AR ≈ 1) e la raccomandazione della scuola di Siviglia (AR > 3). La casella del telo mostra che cosa cambia quando l’ombra non la danno i muri ma una vela tesa fra le facciate. Che cosa non dimostra: l’ombra non è la temperatura; ma dice perché qui l’ombra si costruisce invece di ereditarla dal disegno.

La corte della masseria è data e non si può riproporzionare: è il bagghiu delle masserie iblee, largo perché doveva accogliere carri, bestie e trebbiatura, circondato da corpi a un piano o poco più, sicché il rapporto fra l’altezza dei muri e la larghezza dello spazio sta ben sotto l’unità.4 Il modellino lo mostra: a metà pomeriggio d’agosto i muri da soli ombreggiano meno di metà del pavimento, e la corte, lasciata a sé stessa, non è più fresca del campo. Ne discende la conseguenza pratica di questa pagina: qui l’ombra non si eredita dal disegno, si costruisce, con quattro dispositivi che si sommano.

— Il telo teso. Vele di tela tese fra le facciate nelle ore centrali, secondo l’uso che Siviglia e Cordova praticano da secoli sui patii e sulle vie, e che la ricerca contemporanea ha misurato: una tenda sopra la corte porta uno scarto di tre gradi a più di dodici.5 Funziona perché l’aria calda sfoga fra una fascia e l’altra invece di ristagnare sotto una copertura continua; si monta su struttura autoportante, non ancorata alle murature storiche, e si smonta a ottobre.

— I rampicanti. Su parte delle pareti perimetrali, a foglia caduca: ombreggiano la muratura nelle ore in cui prende sole e la lasciano scoperta d’inverno.

— Le pergole perimetrali. Tengono porte e finestre fuori dal sole per tutta l’estate e danno, venuto l’inverno, un cammino asciutto lungo la corte nei giorni di pioggia: un medesimo pezzo d’architettura per le due stagioni.

— Gli alberi. Dove il sottosuolo lo consente e dove le cisterne non passano: carrubo e gelso, che sono quelli che le masserie iblee tenevano nel bagghiu.

La manovra

D’inverno la massa si carica con il calore, ed è il principio della stufa ad accumulo e del suolo riscaldato dell’hammam, descritti nella pagina dell’energia. D’estate la si carica con la notte. Le aperture si spalancano dopo il tramonto e fino all’alba, i sedici lucernari dei dormitori si aprono in riscontro con le finestre di corte, sì che l’aria attraversi le stanze invece di fermarsi sulla soglia; poi, al mattino, si chiude — persiane, porte, telo — e non si riapre. La casa passa il pomeriggio sulla sua riserva, e lo scarto fra il picco di calore di fuori e quello di dentro si conta in ore.

La manovra: la casa aperta di notte, chiusa di giorno

Lettura. La stessa sezione in due stati. Di notte le pareti irradiano verso il cielo e cedono il calore accumulato; nell’aria umida della costa iblea questa perdita è minore che nel deserto (a cielo sereno e secco 40–80 W/m², molto meno con il vapore in atmosfera: Zhao et al. 2019), e per questo qui la notte non basta da sola: la casa la aiuta aprendo lucernari e finestre in riscontro, sì che l’aria attraversi i dormitori. Di giorno la casa si chiude e il telo ferma il sole prima che tocchi il pavimento; le fasce lasciano sfogare l’aria calda. D’inverno la manovra si inverte. Il punto per la pagina: è una disciplina, tenuta da qualcuno ogni giorno dell’estate, ed è scritta nel regolamento insieme agli orari di bottega.

Notte, casa aperta — verso il cielo: l’aria più fresca, più densa, scende; la massa si scarica; lucernari e finestre aperti in riscontro.

Giorno, casa chiusa — il telo ferma il sole, l’aria calda esce fra una fascia e l’altra; persiane e porte chiuse; la casa vive sulla riserva della notte.

Tutto questo è una manovra, non un’immagine, e d’inverno si fa all’inverso, aprendo di giorno e chiudendo di notte. Una casa antica abitata come una casa moderna — finestre aperte il pomeriggio, chiuse la sera — perde esattamente il beneficio per il quale è stata edificata. È la prima cosa che la casa insegnerà a chi vi entra, ed è la ragione per cui una comunità che vive nella casa tutto l’anno ha, sul fresco, un vantaggio che nessun impianto procura: qualcuno che apre e chiude alle ore giuste, ogni giorno dell’estate, e la regola scritta nel regolamento insieme agli orari di bottega.

Si descrive volentieri la corte come un camino, dove l’aria calda salirebbe per uscire dall’alto. È vero a certe ore ed è fuorviante come descrizione generale: di notte le pareti irradiano verso il cielo e si raffreddano, l’aria a contatto con esse diventa più densa e scende, e la corte si riempie dal basso di un’aria più fresca di quella delle terrazze, dove resta stratificata finché il sole non la raggiunge. Nell’aria umida della costa iblea questa perdita radiativa è minore che nel deserto, ed è la ragione per cui la casa aiuta la notte con i lucernari.6 Di giorno la stessa geometria chiede di essere tenuta chiusa: moltiplicare le aperture non fa respirare meglio una corte, vi fa entrare l’aria calda.

Ciò che non si costruisce, e perché dirlo

Esiste un’altra famiglia di soluzioni, e conviene dire che non la si impiega. Il malqaf, il condotto che capta il vento e lo fa scendere nella casa, appartiene all’Egitto, all’Iraq e al Levante; il bādgīr, la torre a vento multidirezionale, alla Persia e al Golfo. Rispondono a climi dove la notte non rinfresca abbastanza, oppure dove i venti dominanti sono abbastanza regolari da erigere una torre nel loro asse. Sull’altopiano ibleo nessuna delle due condizioni ricorre, e le masserie della zona non ne hanno mai costruiti: aggiungerne uno sarebbe un elemento decorativo travestito da tecnica, e su un edificio vincolato sarebbe anche difficile da autorizzare. Ciò che la Sicilia ha costruito, invece, è sotto terra, e ha la sua pagina.

Ciò che non si promette

Questi edifici hanno un difetto documentato, ed è l’umidità. La massa che serba il fresco serba anche l’acqua, e una muratura storica che venga sigillata e riscaldata alla maniera moderna si degrada più in fretta di una muratura lasciata respirare; per questo il restauro interviene prima sugli intonaci, sul vespaio e sulla copertura, e per questo la casa avrà una disciplina di apertura e chiusura invece di un automatismo. Non si promette neppure un numero: le misure di questa pagina vengono da Cordova, da Siviglia e dal Negev, non dalla masseria, e la prima misura vera sarà la sua, sotto la revisione del Comitato Scientifico che la casa sta costituendo.

PVGIS 5.3, anno tipo TMY (ERA5 e SARAH3, 2005–2023) per 36,93° N 14,73° E, 479 m: medie orarie di luglio e agosto, ora locale, minimo 20,6 °C alle 6, massimo 28,9 °C alle 13–14. Stazione di Ragusa (515 m), 1991–2019: 32,3–32,6 °C di massima, 20,2–20,7 °C di minima.

Per l’ordine di grandezza dello sfasamento in murature massive, R. El Harrouni, M. Benaicha, I. M. Benkirane, V. Becue, «Bioclimatic assessment and thermal comfort of traditional Riads in Fez Medina», Results in Engineering 29 (2026), 108889 (sfasamento ≈ 12 h attraverso la terra battuta). Per il calcare ibleo non esiste una misura pubblicata: il valore sarà quello della campagna di monitoraggio.

Y. Etzion, «The thermal behaviour of non-shaded closed courtyards in hot-arid zones», Architectural Science Review 33 (1990), pp. 79–83, ripreso in K. El Harrouni, M. Ben Aicha, R. El Harrouni, «Parametric modelling and traditional architecture», MATEC Web of Conferences 149 (2018), 02051; E. Diz-Mellado et al., Building and Environment 203 (2021), 108094; C. Rivera-Gómez, E. Diz-Mellado, C. Galán-Marín, V. López-Cabeza, «Tempering potential-based evaluation of the courtyard microclimate as a combined function of aspect ratio and outdoor temperature», Sustainable Cities and Society 51 (2019), 101740.

Sulla masseria iblea: corte chiusa (u bagghiu) lastricata in calcare, con cisterna o pozzo e carrubo o gelso; cellule funzionali attorno (Ecomuseo CARAT, Ragusa, Le masserie). Le proporzioni della corte della masseria saranno pubblicate con il rilievo.

Sull’uso storico dei toldos a Siviglia: S. M. Morales Pérez, «El patio y la herencia sevillana del habitar», Arquitectura y Urbanismo XL/2 (2019), pp. 59–66, che cita Morales Padrón 1977 sulle case del Cinquecento. Sulla misura: V. P. López-Cabeza, C. Galán-Marín, C. Rivera-Gómez, «Thermodynamic performance enhancement of courtyards using a shading device», Proceedings 38 (2020), 17; V. P. López-Cabeza et al., «Shade and thermal comfort in courtyards: experimental versus simulation results», Buildings 12 (2022), 1961.

D. Zhao et al., «Radiative sky cooling: fundamental principles, materials, and applications», Applied Physics Reviews 6 (2019), 021306: 40–80 W/m² netti a cielo sereno e secco; il vapore acqueo riduce la potenza, fino a circa 38 W/m² notturni misurati in clima umido.

Il Comitato Scientifico, in via di costituzione, che leggerà queste misure è detto nella pagina Aria, acqua e ombra.

Ciò che la masseria faceva già, detto in lingua d’oggi

I traguardi che seguono non si applicano alla masseria dall’esterno: descrivono, in lingua d’oggi, una disciplina che le case a corte del Mediterraneo tenevano per necessità.

Massa muraria, telo teso, pergole, manovra notte/giorno — 7.3 efficienza energetica · 13.1 resilienza ai rischi climatici

Intonaci a calce, vespaio, copertura: il restauro prima dei dispositivi — 11.c edifici resilienti con materiali locali · 11.4 salvaguardare il patrimonio

La manovra scritta nel regolamento e insegnata a chi entra — 13.3 educazione e capacità sull’adattamento · 3.d riduzione dei rischi sanitari da caldo estremo

I termini di queste pagine sono raccolti nel glossario e le fonti nella pagina delle fonti. Le immagini sono elaborazioni di studio: la masseria non è ancora restaurata.

Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Riyāḍ al-Uns.

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