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AL-FUNDUQ AṢ-ṢIQILLĪ · IL FONDACO NELLA STORIA

Il precedente siciliano

L’istituzione non viene importata nell’isola. C’è stata, sotto l’islam e dopo, e la parola sopravvive nel dialetto fino a oggi.

Sotto l’islam

Ibn Hawqal, che scrive nel 973, registra che il quartiere regio di al-Khalisa a Palermo non aveva né mercati né fondaci, il che ci dice per implicazione che il resto della città ne aveva. Lettere della Geniza del Cairo nominano fondaci a Palermo nella prima metà dell’undicesimo secolo. Nessuno scavo ha finora restituito uno di quegli edifici, e la ricognizione più accurata del territorio palermitano parla di indicazioni tenui in assenza di tracce materiali.

I Normanni non lo abolirono

Se ne servirono. Al-Idrisi, alla corte di Ruggero II, descrive il Cassaro e il borgo pieni di fondaci, botteghe e mercati. Nel 1143 Giorgio d’Antiochia donò due fondaci palermitani alla chiesa della Martorana, e un fundacus olagiorum, quasi certamente un magazzino per l’olio, compare presso Santa Maria della Grotta. Ruggero, Guglielmo e più tardi Federico II trovarono l’istituzione già in essere e la adattarono ai propri scopi: alloggio, deposito, dogana e cambio.

Ibn Jubayr, 1184

La testimonianza decisiva è più tarda ancora. Nel 1184 e nel 1185 il viaggiatore andaluso Ibn Jubayr alloggiò in fondaci a Messina, a Termini e a Palermo, e a Palermo scelse quello dove i musulmani erano soliti fermarsi. Un secolo intero dopo la conquista cristiana, una casa in cui una comunità alloggiava fra i suoi era ancora in piedi e ancora riconoscibile a un uomo venuto da Granada.

Il nome e i privilegi

La parola viene dal greco pandocheîon, «la casa che accoglie tutti», passata all’arabo come funduq e al siciliano come fondaco. Le fonti arabe raccolte da Michele Amari lo descrivono come un edificio a corte, spesso alberata: al pianterreno botteghe, magazzini, stalle e la pesa; al piano superiore le camere dei mercanti forestieri e dei viaggiatori. Dopo la conquista normanna torna nei privilegi con cui la corte di Palermo concesse alle nazioni mercantili — genovesi, pisani, amalfitani, veneziani — un proprio recinto in città: un console, un notaio, pesi e misure riconosciuti, talvolta una cappella, il tutto sotto salvacondotto regio. Il fondaco era dunque un luogo retto da un patto, prima ancora che un alloggio.

Del passo di Ibn Jubayr sulla Sicilia esiste un’edizione italiana corrente: Viaggio in Sicilia, a cura di Giovanna Calasso, Adelphi, Milano 2022. Il corpus di riferimento per tutte le fonti arabe sull’isola resta la Biblioteca arabo-sicula di Michele Amari (Lipsia 1857, versione italiana Torino-Roma 1880-1881), integralmente digitalizzata.

Che cosa non si può affermare

Ciò che non è dimostrabile va detto con la stessa precisione. Di quei fondaci non sopravvivono muri in Sicilia, e non esiste alcuna linea ininterrotta dall’emirato a questo progetto. Nel Trecento i documenti dicono fundacus e il fondaco siciliano è ormai diventato un magazzino e una concessione regia invece della casa di una nazione. Ciò che sopravvive è la parola: in siciliano un fondaco è ancora un funnacu, per quanto il senso sia caduto insieme alla cosa. La lessicografia ottocentesca registra il funnacaru, chi tiene osteria.

L’affermazione di questo progetto poggia su quello, e non su alcuna continuità monumentale: l’isola ha già avuto questa istituzione, la chiamava con il suo nome, e un musulmano del dodicesimo secolo vi ha dormito, da musulmano, in una città che era già normanna.

Ibn Hamdis

La voce che meglio dice che cosa sia stata la Sicilia araba è quella di un poeta nato a Siracusa nel 1056, che lasciò l’isola giovane e non vi tornò più, scrivendone per il resto della vita dall’Andalusia e dal Maghreb.

فَإِنْ كُنْتُ أُخْرِجْتُ مِنْ جَنَّةٍ • فَإِنِّي أُحَدِّثُ أَخْبَارَهَا

Fa-in kuntu ukhrijtu min jannatin / fa-innī uḥaddithu akhbārahā

«Se sono stato cacciato da un paradiso, io però ne racconto le notizie.»

Ibn Hamdis di Siracusa (1056-1133). Testo attestato in Yaqut, Mu’jam al-buldan, s.v. Siqilliya, e in al-Himyari, al-Rawd al-mi’tar; cfr. Ihsan Abbas, al-Arab fi Siqilliya, p. 255.

Il verso è citato qui per una ragione precisa. Il progetto si propone di rimettere in uso un’istituzione di cui l’isola ha memoria documentaria e lessicale, e non di ricostruire la Sicilia islamica, che non è ricostruibile. Chi racconta le notizie di un luogo lo tiene nominabile, che è cosa diversa dal riportarlo in vita.

Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Riyāḍ al-Uns.

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