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AL-FUNDUQ AṢ-ṢIQILLĪ · IL LUOGO

I ventitré ettari

I ventitré ettari sono condotti da una cooperativa i cui soci lavoratori sono i membri della Casa. La forma ha tre funzioni, e nessuna delle tre è ornamentale.

1. Mantiene la strumentalità agricola dei fabbricati. È la condizione che tiene insieme la destinazione originaria dell’immobile e l’uso che se ne fa, e che rende coerente la pratica edilizia.

2. Fornisce la mensa. Una comunità che mangia insieme tutti i giorni — diciassette persone all’apertura, una trentina a regime — ha un conto della spesa che l’orto e il campo riducono in misura percepibile, e un calendario che il raccolto detta.

3. Lega gli apprendisti a una stagione. È la seconda cosa su cui ogni tradizione artigiana si è retta, insieme alla bottega, ed è quella che oggi manca quasi ovunque.

Un podere condotto per la mensa della casa, con le sue vasche e i suoi muri, è ciò che la Convenzione europea del paesaggio chiama paesaggio: non una veduta, ma il risultato del lavoro di chi vi abita. L’Italia l’ha ratificata con la legge 9 gennaio 2006, n. 14:

«“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni»

«[Ogni Parte si impegna a] riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità»

Convenzione europea del paesaggio, Firenze, 20 ottobre 2000, artt. 1, lett. a, e 5, lett. a. Traduzione italiana corrente; fanno fede i testi inglese e francese.

Ar-Rahl, il casale

Il nome della cooperativa agricola viene dal raḥl, il casale di campagna che al-Idrīsī, alla corte di Ruggero II, registra a decine nell’isola, accanto al ḥiṣn, la rocca, e al manzil, la stazione di posta. Molti paesi siciliani ne portano ancora il segno nel nome, da Racalmuto a Regalbuto; e il lessico dell’acqua di quelle campagne è rimasto arabo nel dialetto: la gebbia, la vasca in muratura dell’orto, e la saia, il canale che ne distribuisce l’acqua.

Lo stemma di ar-Raḥl, il podere: la gebbia, la saia che la alimenta e quella che porta l’acqua ai campi, fra un ulivo e un mandorlo in fiore.

Che cosa si coltiva

Le colture seguono quello che l’altopiano ibleo consente senza forzature: oliveto, seminativo, orto per la mensa, e il pascolo dove il terreno non regge altro. L’oliveto ha una seconda funzione: le potature alimentano insieme ai ritagli di bottega la caldaia a biomassa che copre la parte del fabbisogno termico che il solare non copre.

La produzione agricola è dimensionata sull’autoconsumo, ed è una scelta deliberata. Un’azienda agricola che diventi la principale fonte di reddito sposta il tempo degli apprendisti dal laboratorio al campo, e la scuola dei mestieri diventa il contorno della fattoria invece del contrario. Non si intraprende invece la strada della certificazione: la DOP è un sistema di controllo che chiede un impegno da azienda e non da scuola. Si vende olio buono senza marchio.

Quello che i ventitré ettari danno alla mensa. Elaborazione di studio.

L’eccedenza si vende, e il ricavato va alla Casa. La cooperativa opera come qualunque altra cooperativa agricola italiana, con le licenze e i permessi che il caso richiede.

L’acqua per i campi

L’irrigazione si regge sulla raccolta dell’acqua piovana, sulle vasche esistenti da recuperare, su nuove cisterne interrate sotto la corte, e sul pozzo la cui portata e la cui concessione vanno accertate. I reflui sono trattati con fitodepurazione dimensionata su quaranta abitanti equivalenti, poiché non esiste fognatura pubblica e i ventitré ettari lo consentono senza difficoltà.

Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Riyāḍ al-Uns.

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