AL-FUNDUQ AS-SIQILLIالفندق الصقلي
AL-FUNDUQ AṢ-ṢIQILLĪ · IL LUOGO

La nuara, l’orto irriguo

L’orto della casa riprende i giardini irrigui che gli arabi lasciarono in Sicilia: le vasche, i canali e le piante, che nel dialetto portano ancora il loro nome.

In siciliano l’orto irriguo si chiama nuara, dall’arabo nuwwār. Intorno a quella parola il dialetto ha conservato tutto l’impianto: la gebbia, la vasca che raccoglie l’acqua (ǧābiya); la saia, il canale che la porta alle aiuole (sāqiya); la senia, la ruota che la solleva dal pozzo (sāniya). Prima ancora dei muri, sono le parole a dire che cosa fu l’agricoltura araba nell’isola: un modo di condurre l’acqua.

L’acqua che fa l’orto

La nuara del Funduq prende l’acqua dalle vasche esistenti e dalle cisterne nuove sotto la corte, descritte in I ventitré ettari→. Dalla gebbia le saie scendono per pendenza alle aiuole, ribassate fra i canali come insegnano i trattati andalusi, perché l’acqua arrivi alle radici e non si perda in superficie. Se la portata del pozzo lo consentirà, una senia restaurata dalle botteghe tornerà a sollevarla: un lavoro di legno e di ferro che il cantiere può insegnare.

Le aiuole fra i canali, con le erbe della cucina

I libri dell’orto

L’orto segue l’ordine dei libri di agricoltura di al-Andalus. Ibn Baṣṣāl, a Toledo nell’XI secolo, curava il giardino del re e mise per iscritto quello che vi aveva imparato. Ibn al-ʿAwwām, a Siviglia alla fine del XII secolo, raccolse nel Kitāb al-filāḥa trentaquattro capitoli: trenta sulle piante e quattro sugli animali, con circa millenovecento citazioni da centododici autori, greci, orientali e andalusi. Prima la terra, poi il concime, poi l’acqua, e soltanto alla fine il seme: è l’ordine che la casa insegna agli apprendisti.

Che cosa vi si pianta

Molte piante dell’orto siciliano arrivarono nell’isola o vi si diffusero negli anni arabi. Quante, gli storici lo discutono ancora: l’idea di una «rivoluzione agricola» islamica, proposta da Andrew Watson nel 1983, è stata in parte ridimensionata. Gli scavi danno però fatti certi: a Mazara del Vallo gli archeobotanici hanno trovato resti di spinacio, melanzana, melone e limone. La nuara tiene insieme queste piante e quelle che i trattati descrivono, e ogni aiuola porta il suo nome in siciliano, in arabo e in italiano.

Gli agrumi. Il limone e l’arancio amaro, il cui fiore il siciliano chiama zàgara, dall’arabo zahra.

Gli alberi da frutto. Il pistacchio (fastuca, da fustuq), l’albicocco (varcocu, da barqūq), il lazzeruolo (azzalora, da zuʿrūr), il melograno e il gelso.

L’orto. Melanzane, spinaci, meloni, e il sesamo, che in Sicilia si chiama giuggiulena, dall’arabo ǧulǧulān, e finisce sul pane.

Le piante della bottega. Le canne per i calami della calligrafia; il cartamo, la robbia e l’henné per tingere il cuoio e i filati.

Il papiro

Nel X secolo il viaggiatore Ibn Ḥawqal vide intorno a Palermo campi di papiro: se ne torcevano corde per le navi e se ne faceva carta per il sultano, e scrisse di non conoscere al mondo un papiro pari a quello d’Egitto, se non quello di Sicilia. Il papiro cresce ancora sul fiume Ciane, presso Siracusa. Una gebbia della nuara lo ospiterà, e la bottega di calligrafia e libro imparerà a farne fogli.

Ibn Ḥawqal, Ṣūrat al-arḍ, descrizione di Palermo (ed. M. Amari, Biblioteca arabo-sicula)

La nuara è dimensionata sulla mensa, come il resto della terra; l’eccedenza va alla cooperativa. Le piante della bottega restano poche file: abbastanza perché gli apprendisti sappiano da dove viene il colore che usano e la canna con cui scrivono.

Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Riyāḍ al-Uns.

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