La tavola da lavoro
Piano massiccio in legno duro, incavato e lucidato dall’uso. Il taglio si fa premendo, non segando: un banco che flette rovina ogni taglio.
Quarantotto oggetti della selleria, e il mestiere con cui la casa apre
La casa apre con una bottega sola, la selleria, che riunisce il cuoio, il legno e il metallo. Un finimento completo richiede la concia e la cucitura a due aghi, l’arcione sagomato e la forgia delle fibbie, delle staffe e degli speroni: tre mestieri attorno a un oggetto solo.
Il maestro sellaio non fabbrica la sella da solo: la dirige. Compra le materie, concepisce il modello, distribuisce il lavoro e assembla. Il feltro resta ai feltrai, l’arcione al falegname, le staffe e il morso agli artigiani dell’ottone e del ferro damaschinato. Il suo corpo di mestiere proprio è la bardatura ricamata, con tutto ciò che la precede e la segue.
Una sella fassia si compone di trentotto pezzi, ciascuno con un nome, e richiede fra i sei e i dodici mesi di lavoro. Un maestro non ne produce più di quaranta l’anno.
La bottega, di suo, non possiede quasi nulla di costoso. Possiede il tempo dell’apprendistato, e gli attrezzi sono la sua biblioteca.
Questi attrezzi non sono un arredo. La Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, ratificata dal Marocco nel 2006 e dall’Italia nel 2007, comprende gli strumenti di un sapere nel patrimonio che definisce, in quanto vi sono associati:
«Per “patrimonio culturale immateriale” si intendono le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze e i saperi – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali che vi sono associati – che le comunità, i gruppi e, se del caso, gli individui riconoscono come parte del loro patrimonio culturale.»
Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, Parigi, 17 ottobre 2003, art. 2, par. 1. Traduzione nostra dal testo francese.
Questa pagina non è un inventario ai sensi della Convenzione: gli inventari li redigono gli Stati (art. 12). Documenta ciò che l’art. 2 comprende.
Nessun artigiano, da solo, fa una sella. Il sellaio ne è il regista: compra le materie, concepisce il modello, distribuisce il lavoro e monta i trentotto pezzi. Intorno a lui lavorano altri dieci mestieri, e una sella da parata completa richiede fra i quattro e i dodici mesi.
1. Il falegname — L’arcione in cedro dell’Atlante o in legno d’arancio, stagionato per anni. È il primo della catena: tutto il resto gli si costruisce intorno.
2. Il sellaio — Riveste l’arcione, taglia, cuce e monta. Calza la sella sul dorso del cavallo e la regola per la parata.
3. Il ricamatore — Ricama a mano il cuoio e il velluto tesi sul telaio, con fili d’oro e d’argento.
4. Il tessitore — Il tappeto di lana che scende sotto la sella e dà il fondo di colore all’insieme.
5. Le trapuntatrici — La coperta cucita a strati che ammortizza fra il tappeto e l’arcione.
6. Il feltraio — I sette feltri follati con sapone beldi, che fanno stare bene la stessa sella su cavallo dopo cavallo.
7. Il disegnatore — Custodisce e rinnova il repertorio, e prepara i cartoni che ricamatore e sellaio seguono.
8. Il passamaniere — Nappe, fiocchi e frange: tutto ciò che ondeggia al galoppo esce dal suo banco.
9. Il damaschinista — Incastra oro e argento nel ferro del morso e delle placche.
10. Il fabbro — Forgia le staffe, i corpi dei morsi, le placche e le borchie che il damaschinista decorerà.
11. Il conciatore — Non consegna un pezzo: consegna la materia di tutti. Il sellaio non vede mai la pelle dell’animale.
È la ragione per cui, sopra le porte delle botteghe, nessuna insegna è fatta dalla bottega che la porta.
Il sellaio lavora seduto, spesso con il pezzo stretto fra le ginocchia. La bottega possiede poco, e quasi tutto è legno, acciaio e cuoio.
Piano massiccio in legno duro, incavato e lucidato dall’uso. Il taglio si fa premendo, non segando: un banco che flette rovina ogni taglio.
Marmo o granito incassato nel piano. Non intacca il filo della lama e non si scava, come farebbe il legno.
Tronco a fibra verticale, per battere fustelle e stampi senza rimbalzo.
Morsa di legno tenuta fra le ginocchia: stringe le due pezze e lascia libere entrambe le mani per i due aghi. Senza, la cucitura a sellaio non si esegue.
Regge il pezzo già montato, quando non si può più mettere in pinza.
La sagoma su cui si prova la bardatura intera prima che veda un animale vero. È il luogo dove tutto il resto va a finire.
Il motivo si disegna su carta colorata allo zafferano, poi cerata perché regga all’uso ripetuto. Le sagome sono il capitale accumulato di una bottega, e il primo bene che un maestro trasmette.
qālab — Una sagoma per ogni pezzo. Una sella fassia ne conta trentotto, ciascuno con un nome proprio.
Lame sottili per ritagliare i motivi dalla carta cerata. È intaglio, non forbice: quel bordo sarà il bordo del ricamo.
Riporta la sagoma sul cuoio, sul raso o sul velluto senza inciderli.
Tracciano la linea della cucitura a distanza costante dal bordo. Se quella linea non è parallela, non c’è rimedio.
Lo spessore si sceglie, non si subisce: una cinghia di tre millimetri e una di quattro sono due oggetti diversi.
khedmī — L’insegna della bottega. Lama semicircolare, manico unico al centro del dorso: taglia in curva e, col dorso, pareggia. Un solo utensile che fa metà del lavoro, e il più difficile da governare.
Lama diritta a punta obliqua, per i tagli lunghi contro la riga, e il trincetto per le sagome minute.
Guida regolabile che ricava strisce di larghezza costante: cinghie, sottopancia, redini. Senza, ogni striscia è diversa dalle altre.
Serie completa di diametri, per i fori delle fibbie e degli occhielli.
La versione a mano, meno precisa ma indispensabile sui pezzi già montati.
miqaṣṣ — Robuste, spesso con una punta arrotondata, per pelli sottili, feltri, fodere e passamanerie.
In legno duro o cuoio pressato, mai in metallo: un martello d’acciaio rovina la testa delle fustelle in poche battute.
In selleria si affila ogni giorno. Una lama smussata non taglia il cuoio: lo strappa, e strappa anche le mani.
mishraṭ — Assottiglia il bordo perché due lembi sovrapposti non facciano spessore. È la lavorazione che distingue un pezzo fatto bene da un pezzo grosso.
Versione guidata, più sicura, per chi impara.
ḥajar as-sann — A grana doppia, ad acqua o a olio: il filo si rifà prima che serva.
Cuoio vecchio incerato con pasta abrasiva: toglie la bava e dà il filo finale. Va in coppia con la pietra.
Il cuoio si lavora inumidito al punto giusto: troppo secco si spacca, troppo bagnato perde il segno.
La cucitura è a due aghi e un filo solo, nei fori già preparati. Tiene anche se un punto si rompe: è questo che fa durare una sella quarant’anni.
Serie per passo, da uno a sei rebbi. Battuti sul cuoio, segnano inclinazione e distanza dei punti: è qui che si decide se una cucitura sarà bella.
Incide il solco lungo cui correrà il filo: la cucitura resta sotto il livello del cuoio e non si consuma.
mikhraz — Lama a sezione losangica su manico a pera, che si spinge col palmo. Ogni colpo apre un foro inclinato nell’angolo giusto per i due aghi.
Per i passaggi ciechi e per l’imbottitura, dove la punta dritta non arriva.
Aghi a punta smussata, perché non devono forare ma infilarsi nel foro della lesina. Il filo di lino si ritorce e si impecia: la pece riempie il foro e blocca il punto.
Per spingere l’ago negli spessori che la sola mano non vince, e per ripassare il filo quando perde la presa.
Tirano il filo, serrano il punto, tendono il cuoio sull’arcione.
Un maestro si riconosce dai bordi.
Smussa lo spigolo vivo: un bordo non smussato taglia la mano e si consuma in un mese.
misqala — Scanalato, in legno duro o osso. Con acqua e cera compatta la fibra finché il bordo diventa vitreo. Nessuna macchina lo imita.
Piega, spiana e allinea, senza segnare il fiore del cuoio.
Si stende a rotella, a più mani, e si lascia asciugare secondo l’effetto voluto.
Scalda i filettatori: il segno a caldo è lucido e definitivo.
È la lavorazione che la selleria condivide con la bottega del libro, e la ragione per cui le due condividono in parte il maestro.
Imprime l’oro sul cuoio con pressione e calore.
Punzoni scaldati, foglia, cuscino e coltello da doratore.
È ciò che rende la sella di Fès quella che è: i fili d’oro non attraversano il cuoio, si posano in superficie e si fermano con punti nascosti di seta.
ṭār — Rettangolare, due stanghe e due assi. Il velluto si cuce alle fettucce e si tende con i legacci: il cuoio teso è la tavola su cui si ricama.
sfīfa — Cordoni e galloni che bordano i pannelli e chiudono le giunture.
L’arcione arriva dal falegname, nudo. Il sellaio lo riveste e lo imbottisce: fra il legno e il dorso dell’animale non deve restare nulla di duro.
qarbūs — In legno d’arancio, d’olivo o di cedro, rivestito di pelle di capra fatta ritirare per essiccazione. Ogni cavallo ha un dorso, e l’arcione sbagliato lo ferisce.
miḍrab — Spinge e costipa lana, canapa e fibra di palma nana dentro i cuscini. Un’imbottitura mal costipata ferisce in un’ora.
Colla animale fusa a bagnomaria, per fissare risvolti e rientranze prima della cucitura.
Per ribadire borchie, anelli e fibbie di ottone.
Punzoni a sagoma che ripetono un motivo identico decine di volte sul cuoio inumidito.
Ottone cesellato e ferro damaschinato con intarsi d’oro e d’argento. La staffa maghrebina ha la pianta larga e squadrata, non l’anello europeo.
tarshīḥ — Da sette a dieci fogli di lana lavorati con sapone beldi. È il primo pezzo che va sulla schiena del cavallo, e limita l’attrito con tutto il resto.
Melagrana, mallo di noce, zafferano, henné. In terracotta, perché il metallo reagisce con i tannini.
Sego, oli, cera d’api. Il cuoio si nutre o muore.
Nessuno di questi oggetti insegna da sé. Si impara accanto a chi già sa, ripetendo il gesto finché la mano lo possiede: è la ragione per cui la casa è una casa, e non un corso.
La casa non possiede ancora questi attrezzi. I termini della casa sono raccolti nel glossario della casa.
Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Al-Funduq aṣ-Ṣiqillī.