Il genio dell’artigiano
Il gesto che viene dal passato e l’estro che lo rinnova: la casa forma l’uno e l’altro.
Nell’artigianato e nella trasmissione del gesto la casa favorisce due cose insieme. La prima è la tradizione che viene dal passato, vagliata dalla storia e giunta fino a noi. La seconda è quella parte di creatività e di estro che segna un vero spirito artistico. L’artigiano riceve così gli strumenti per realizzare con le proprie mani anche le idee nuove che la sua mente, le sue doti e il suo genio gli ispirano.
I maestri della casa custodiscono con fedeltà il sapere tramandato e portano anche l’innovazione e la sperimentazione, nel mestiere come nelle altre discipline che danno forma alla vita della casa.
Il gesto che si tramanda
Ciò che la storia ha vagliato è il lavoro di molte generazioni, e ogni gesto giunto fino a noi fu, un giorno, la trovata di qualcuno. La Convenzione UNESCO del 2003 lo dice del patrimonio vivente:
«[Il patrimonio culturale immateriale], trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia»
Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, Parigi, 17 ottobre 2003, art. 2, par. 1 (traduzione nostra)
Ogni forma, prima di diventare tradizione, fu una proposta. Il muqarnas, le alveole di gesso scolpito sospese in stalattiti, nasce probabilmente in Persia e in Mesopotamia nei secoli X-XI; nel 1427 il matematico Ghiyāth al-Dīn Jamshīd al-Kāshī ne spiega, nel Miftāḥ al-ḥisāb, la misura e la scomposizione in moduli.
L’itqān, l’esecuzione compiuta, resta la misura di ogni lavoro. La mano si forma sul gesto dei maestri, come racconta Hizam al-Itqan→, e chi possiede il gesto può cambiarlo con giudizio: la libertà nasce dalla padronanza.

L’estro ha bisogno della mano
Cennino Cennini, pittore toscano, apre il suo libro del mestiere con una richiesta a chi ama l’arte: avere fantasia e saperla compiere con la mano.
«conviene avere fantasia, con operazione di mano, di trovare cose non vedute»
Cennino Cennini, Il libro dell’arte, cap. I (intorno al 1400)

David Pye, ebanista e docente di design, chiama workmanship of risk, lavoro a rischio, quello in cui la qualità del risultato non è stabilita in anticipo e dipende dal «judgment, dexterity and care» di chi lo compie: giudizio, destrezza e cura. È il lavoro del banco, dove il pezzo può riuscire meglio o peggio di come lo si era immaginato, e dove l’invenzione trova il suo posto.
David Pye, The Nature and Art of Workmanship, Cambridge University Press, 1968
Il merito di chi introduce il buono
La tradizione profetica riconosce questo merito in un detto trasmesso da Jarīr ibn ʿAbd Allāh e raccolto da Muslim:
مَنْ سَنَّ فِي الْإِسْلَامِ سُنَّةً حَسَنَةً فَلَهُ أَجْرُهَا
«Chi introduce nell’Islam una buona consuetudine ne avrà il compenso […]»
Tradizione profetica (Muslim, n. 1017; narratore Jarīr ibn ʿAbd Allāh)
Il detto prosegue con il compenso di chi la metterà in pratica dopo di lui. Una buona pratica nuova, quando serve e vale, entra così nella tradizione.

Il poliedro
La casa forma persone, e le persone hanno più facce. Il filosofo, il pensatore, l’artista e il monaco laico sono le sfaccettature di un poliedro che compone e forma la personalità e il carattere di chi vive nella casa.
Il filosofo e il pensatore studiano e discutono, nella biblioteca della casa (Al-Khizana→).
L’artista inventa: al banco, con la mano, e nella musica e nel canto (Musica e canto→).
Il monaco laico vive la regola, il silenzio e il servizio nel mondo, accanto al lavoro (Fratellanza e rettitudine→).

Dai pensatori dell’Islam classico la casa riceve anche un modo di accostarsi alle opere degli antichi. Ibn al-Haytham, nei Dubbi su Tolomeo (al-Shukūk ʿalā Baṭlamyūs), scrive che chi cerca la verità interroga i testi dei predecessori invece di fidarsene e basta:
«colui che dubita della propria fede in essi e interroga ciò che ne ricava»
Ibn al-Haytham, al-Shukūk ʿalā Baṭlamyūs (inizio dell’XI secolo), nella versione inglese di A. I. Sabra, «Harvard Magazine», settembre-ottobre 2003 (traduzione nostra)
La bottega fa lo stesso con il gesto ricevuto: lo impara a fondo, lo mette alla prova e, quando serve, lo migliora.
Fare proprio il gesto
Le competenze tecniche dell’artigiano, acquisite negli anni dell’apprendistato, si uniscono così al gusto artistico del maestro, e il patrimonio antico viene riletto con gli occhi di un giovane del terzo millennio. Ne nasce una continuità viva, quella di una comunità di artigiani-filosofi, per così dire, che trovano nel proprio lavoro un motivo in più di orgoglio.
Questo orgoglio nasce dall’aver fatto proprio il gesto, più che dal ripeterlo: averlo interiorizzato così a fondo da farne quasi una parte del proprio essere. Il filosofo Michael Polanyi chiamò conoscenza tacita ciò che la mano sa e la parola non riesce a dire:
«we can know more than we can tell»
Michael Polanyi, The Tacit Dimension, Doubleday, 1966
Chi possiede il gesto in questo modo può andare «oltre» le regole del mestiere, perché le conosce dall’interno. Le arti marziali giapponesi ne hanno fatto un cammino in tre tempi, shu, ha, ri: si osserva la forma, poi la si scioglie, infine la si supera.
La casa offre questa possibilità a chi ne ha l’attitudine. Alcuni si sentiranno portati alla creatività e all’innovazione, altri troveranno conforto nella ripetizione rituale di un gesto, senza aggiungervi nulla, e la casa li accoglie con lo stesso rispetto. Il talento e l’ispirazione dei primi diventano stimolo ed esempio per gli altri, e la fedeltà dei secondi offre ai primi un terreno saldo su cui inventare.
Nel lavoro di ogni giorno
Il lavoro della casa avrà due tempi. Il primo è la commessa: si esegue con esattezza ciò che la tradizione ha fissato, a misura di chi la ordina e dell’edificio (si vedano Il lavoro su commessa→ e Il passaggio a maestro→). Il secondo è la ricerca: il maestro e i suoi apprendisti provano forme, materiali e tecniche nuove, e il pezzo riuscito entra nella bottega accanto agli altri.

Nella regione del Golfo e in altre terre il mestiere è scivolato spesso verso l’accessorio da mostrare allo straniero, l’oggetto che dice «ecco ciò che abbiamo». L’artista saudita Abdulnasser Gharem lo osserva con preoccupazione: gli stessi artigiani si chiedono che senso abbia quello che fanno. La casa tiene un’altra strada: il pezzo nasce da una domanda, e al maestro come all’apprendista spetta la libertà di porla.
«For me, art begins with the why.»
Abdulnasser Gharem, intervista di Mia Funk, The Creative Process
Una casa che anche inventa continua la propria tradizione.
Una parte contemporanea
Nulla vieta che una parte della casa sia restaurata in uno stile più moderno e di design. Accanto alla parte storica potrebbe nascere così una sorta di monumento vivente di arte moderna, dove i maestri e gli artisti della casa mettono alla prova linguaggi nuovi con i materiali e i mestieri di sempre.

Si vedano anche Le discipline→, La catena dei maestri→ e Il quadro di riferimento→.
Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Riyāḍ al-Uns.


