
La solidarietà tra artigiani
Accogliere i compagni di mestiere le cui botteghe sono state distrutte o rese inagibili
Un mestiere si trasmette finché un maestro e un apprendista lavorano insieme. Dove la guerra li separa restano i disegni, gli strumenti e i nomi dei gesti; manca chi li metta in mano a un altro.
01Quando la trasmissione si interrompe
Nelle città colpite da conflitti armati le botteghe chiudono, i maestri partono, gli apprendisti si disperdono. Un mestiere può sopravvivere in quaderni, in modelli e in utensili e tuttavia perdersi, se nessuno lavora più accanto a chi lo sa. La casa è fatta per il caso opposto: un maestro e dei giovani che lavorano insieme per anni, nella stessa bottega.

02Ciò che le case potranno fare
Quando le case saranno in condizione di accogliere, potranno ricevere fra i propri maestri artigiani venuti da scenari di guerra in cui la loro bottega è stata distrutta o è comunque inagibile. Il maestro accolto avrà le condizioni di ogni altro maestro della casa e lavorerà nella bottega della sua disciplina.
Accanto ai giovani del luogo potrà formare giovani che desiderino apprendere la sua tradizione. Saranno ammessi con gli stessi criteri degli altri, senza quote né riserve per provenienza, e saranno liberi di restare o di ripartire.
L’accoglienza sarà selettiva e legata alle discipline delle botteghe: la casa riceve un maestro perché la sua disciplina ha una bottega in cui lavorare, non in forza di un impegno assunto in generale.

03Il confronto fra maestri
Maestri di città diverse che esercitino la stessa disciplina potranno avere davanti lo stesso legno, lo stesso telaio, la stessa argilla, ciascuno con i propri disegni, i propri strumenti e i propri nomi per gli stessi gesti. Si mostreranno una tecnica, ne discuteranno un’altra, e dal paragone emergerà ciò che le loro tradizioni hanno in comune e ciò che le distingue.
È un dialogo fra pari che si fa con le mani, e che una conferenza non sostituisce.


04Una sella non è l’altra
Il confronto fra maestri non riguarda soltanto le tecniche: riguarda gli oggetti. Una sella di Fez e una sella di Damasco servono allo stesso scopo e non si fanno allo stesso modo.
A Fez l’arcione, di cedro o di legno d’arancio, arriva dal falegname nudo, e il sellaio lo riveste e lo imbottisce; la cucitura è a due aghi e un filo solo, e nel ricamo di parata i fili d’oro si posano in superficie e si fermano con punti nascosti di seta, senza attraversare il cuoio.
A Damasco, secondo la descrizione che ne dà Syrian Heritage, il sellaio, detto suruji, comincia da un’imbottitura modellata in juta e riempita di cotone o di lana, vi fissa le staffe e la cinghia, e davanti e dietro vi ferma due pezzi di legno; il sedile si cuce con un ago lungo e fili di lana intrecciati e si copre di cuoio, poi di stoffa ricamata. La martingala era d’argento oppure di lana e conchiglie.
Due maestri che si incontrassero in una bottega discuterebbero proprio di questo: da dove si comincia, che cosa si cuce, che cosa si lascia al falegname. Quanto alla tradizione di Damasco, la stessa fonte ne conta oggi un solo maestro ancora al lavoro.

05Che cosa dice la Convenzione del 2003
La Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003) definisce così la salvaguardia, all’art. 2, par. 3:
«Si intendono per “salvaguardia” le misure volte ad assicurare la vitalità del patrimonio culturale immateriale, compresa l’identificazione, la documentazione, la ricerca, la preservazione, la protezione, la promozione, la valorizzazione, la trasmissione, essenzialmente attraverso l’educazione formale e non formale, come pure la rivitalizzazione dei diversi aspetti di tale patrimonio.»
UNESCO, Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, 2003, art. 2, par. 3
La Convenzione non parla di esilio. La lettura che ne danno le case è la loro: salvaguardare un sapere richiede che qualcuno possa trasmetterlo, ovunque si trovi.

06I mestieri a rischio
Le fonti che seguono sono articoli di stampa e invii di organismi internazionali, di date diverse. I numeri sono quelli che ciascuna riporta, nell’anno in cui li riporta: non sono un censimento. Dicono dove la trasmissione è più fragile, non quanti maestri restino oggi.
Siria. Secondo un’inchiesta dell’AFP del gennaio 2016, nel 2009 erano iscritti all’unione nazionale circa 18.000 artigiani, e alla fine del 2015 il 70-80 per cento aveva lasciato il mestiere, spesso dopo la distruzione delle botteghe di Damasco e di Aleppo. Le botteghe di intarsio in madreperla di Damasco e dintorni erano scese da 30 a tre o quattro. Una rassegna del luglio 2016 segnala a rischio anche il sapone di Aleppo, con più di sessanta saponifici colpiti dai bombardamenti, la tessitura a mano, la lavorazione del rame, il mosaico di legno e la vetrata di Damasco.
Libano. Un servizio del 2012 descrive la soffiatura del vetro di Sarafand, nel sud: due sole botteghe nel paese, fra cui quella della famiglia Khalifeh, che accende il forno un mese su tre perché tenerlo acceso costa circa 200 dollari al giorno. A Tripoli il sapone e l’ottone battuto erano in declino prima di un programma di recupero avviato nel 2010. Le cause indicate sono la domanda in calo, i costi e la crisi economica.
Palestina. L’invito a presentare progetti finanziato dall’Unione europea, di cui dà conto il portale palestinese Masader, indica sei mestieri a rischio di scomparsa; fra questi la soffiatura del vetro, la tessitura, la ceramica, la madreperla e l’intaglio del legno d’ulivo. Uno studio della Fondazione Heinrich Böll del 2021 indica invece in declino la cesteria di paglia e di rami d’ulivo, la tessitura della lana e la concia delle pelli di pecora, sostituite da prodotti importati e dalla plastica, e osserva che ceramica, vetro, sapone e legno d’ulivo hanno trovato un mercato come mestieri per i visitatori.
Iraq. Nel suk dei ramai di Baghdad i ramai erano 68, ricordava un artigiano ad Al Jazeera nel 2018; ne restavano una decina, e pochi battevano davvero il rame, per le importazioni a basso prezzo, i redditi bassi e i costi dei locali. A Mosul, secondo Shafaq News del luglio 2026, la tessitura della lana è ridotta a una manciata di artigiani, il suk dei fabbri dà lavoro a uno o due dove ne occupava decine e i ramai sono in gran parte scomparsi: i mercati furono danneggiati nella battaglia del 2017 e la ricostruzione ha restaurato gli edifici senza far rivivere i mestieri. Quarant’anni di conflitti hanno poi interrotto la trasmissione della costruzione delle barche tradizionali, ricordava Al-Fanar Media nel 2021.
Quali di questi mestieri potranno trovare una bottega nelle case dipende dalle discipline che le botteghe avranno: l’accoglienza resta selettiva e non è promessa a nessuno.

07Ciò che resta da definire
Le case non sono ancora operative: questa pagina descrive un orizzonte, non un programma. Soggiorno, status e alloggio dei maestri accolti si definiranno caso per caso con gli organismi competenti, e nessuna accoglienza sarà promessa prima che ci siano la bottega, il maestro che la regge e le condizioni per riceverla.
