Il corpo formato
Forza, resistenza, lotta, tiro con l’arco, scherma — il corpo, lungi dall’essere un accessorio del mestiere, è uno strumento di presenza e di disciplina.
Queste discipline rientrano nella furūsiyya, la tradizione cavalleresca arabo-islamica che univa corpo, arco, lotta e spada sotto un solo sistema di formazione. Prima di specializzarsi, il corpo doveva innanzitutto essere reso capace: pieghevolezza, resistenza, tenuta.
Ibn al-Qayyim, nel suo trattato al-Furūsiyya al-Muḥammadiyya (الفروسية المحمدية), ne fece una disciplina spirituale tanto quanto fisica. Dar al-Hiraf riprende questo stesso ordine: il corpo si forma prima di specializzarsi.
La parola che designa questo addestramento dice già l’essenziale. Riyāḍa (رياضة) viene da rāḍa, ammaestrare una montatura senza spezzarla; dalla stessa radice vengono rawḍa, il giardino, e il suo plurale riyāḍ, che nomina questa casa. Un corpo si forma come si ammaestra un cavallo e come si coltiva un giardino: per una costrizione paziente che non spezza nulla. È per questo che la casa parla di riyāḍat al-badan, l’addestramento del corpo, e non di sport. La furūsiyya resta qui arte marziale e disciplina spirituale della cavalcatura.
إِنَّ لِجَسَدِكَ عَلَيْكَ حَقًّا
« Il tuo corpo ha un diritto su di te. » — Tradizione profetica, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, n° 1975
La frase fu rivolta a un uomo che digiunava tutti i giorni e vegliava tutte le notti. Appartiene a una serie — « il tuo corpo ha un diritto su di te, i tuoi occhi hanno un diritto su di te, tua moglie ha un diritto su di te » — e fa della formazione fisica una questione di giustizia prima d’essere una questione di forza. Il corpo è qui un diritto, e non un ostacolo da mortificare né uno strumento da lusingare.
اللهمَّ كما حسَّنتَ خَلْقي فحسِّنْ خُلُقي
« O Dio, come hai reso bello il mio corpo, rendi bello il mio carattere. » — Ibn Masʿūd, Musnad di Ahmad

CORPO
Disciplina fisica
Addestramento armonioso, forza controllata, resistenza.
وَإِذا كانَتِ النُّفوسُ كِبارًا تَعِبَتْ في مُرادِها الأَجسامُ
« Quando le anime sono grandi, i corpi affaticano a misura del loro desiderio. » — al-Mutanabbī
Il corpo è ammaestrato perché un’anima che mira in alto ha bisogno di un corpo capace di portarla, e mai per se stesso. La resistenza prepara il giovane a sostenere, nella durata, l’esigenza del mestiere, della preghiera e della famiglia a venire.
Questa esigenza s’incontra con la furūsiyya, la tradizione cavalleresca arabo-islamica che raggiunse il suo vertice sotto i Mamelucchi, in Egitto, nel XIV secolo. Prima di specializzarsi — arco, spada, lotta — il corpo doveva innanzitutto essere reso capace. Ibn al-Qayyim, nel suo trattato al-Furūsiyya al-Muḥammadiyya (الفروسية المحمدية), ne fece una disciplina spirituale tanto quanto fisica. Dar al-Hiraf riprende questo stesso ordine: il corpo si forma prima di specializzarsi.

EQUITAZIONE
Furusiyya — l’arte del cavallo
La parola furūsiyya (فروسية) viene da faras (فرس), il cavallo: nel senso più stretto del termine, prima ancora della lotta, dell’arco o della spada, la furūsiyya designa l’equitazione stessa. È la prima e la più antica delle discipline cavalleresche arabo-islamiche — quella che dà il nome a tutte le altre.
الخَيْلُ مَعْقُودٌ فِي نَوَاصِيهَا الْخَيْرُ إِلَى يَوْمِ الْقِيَامَةِ
« Il bene resta attaccato alla criniera dei cavalli fino al Giorno della Resurrezione. » — Tradizione profetica, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, n° 2850
I trattati classici di furūsiyya, sistematizzati in particolare sotto i Mamelucchi, insegnavano l’assetto, la condotta, la cura del cavallo prima ancora del combattimento montato — la stessa progressione che Dar al-Hiraf applica oggi: il corpo, poi il cavallo, poi l’arma.
Ciò che si mette sul cavallo rappresenta ciò che la casa dispone intorno all’uomo. L’ʿudda — morso, sella, cuoio, metallo, tessuti di parata — è il punto in cui più mestieri si incontrano, e nulla di un accessorio. Una sola opera di alta selleria chiede il maalem del cuoio, quello del ferro e del cesello, quello del tessile. Lavoro su commissione, senza vetrina turistica: un pezzo che si commissiona perché dura, e che si mostra perché onora chi lo ha realizzato.
Per il mecenate, il ritorno sta ben lontano da un logo. È innanzitutto il cantiere del complesso: mani di Fès — o, in mancanza, del Regno — impiegate al restauro, non delocalizzate. È poi dei giovani uomini che apprendono mestieri ancora vivi ma minacciati di spezzarsi, che su esso costruiscono il proprio avvenire. È infine, per gli altri artigiani della città, lo stimolo di Dar al-Hiraf: una casa che lavora a misura del mestiere obbliga chi le sta intorno a salire in qualità, non ad abbassare il prezzo. Ed è la scelta di un’altra via: né il resort di lusso già visto, né il riad per turisti disinteressati, né il ristorante che potrebbe essere ovunque. Dare ancora lustro a Fès e al Regno è possibile — a condizione di sostenere ciò che forma uomini e perpetua un mestiere, non ciò che copia un modello importato. Sostenere qui è commissionare lavoro e aprire una via — non comprare una vetrina.
Il dettaglio di ogni pezzo, e la sua figura per il carattere, sono sviluppati nella pagina del finimento.
→ Al-ʿudda — Il finimento

LOTTA
Lotta e forza
Corpo a corpo, rispetto, misura. Tradizione del combattimento formativo.
وَلَقَدْ شَفى نَفسي وَأَبرَأَ سُقمَها قَولُ الفَوارِسِ وَيْكَ عَنتَرَ أَقدِمِ
« La mia anima fu guarita, il suo male placato, dal grido dei cavalieri: \"Coraggio, Antar, avanza!\" » — ʿAntarah ibn Shaddād
La lotta non insegna la violenza, ma il suo contrario: il rispetto della misura esatta, la padronanza del gesto che potrebbe ferire e che non ferisce. Corpo a corpo con un fratello — scuola di ritegno tanto quanto di forza.
Questa pratica si inserisce in una tradizione ben più antica del Riad: la muṣāraʿat al-nūba, la lotta nubiana, praticata sin dall’Egitto antico — se ne trova già la traccia nelle tombe faraoniche — e viva oggi ancora in Sudan, dove resta, dopo il calcio, la seconda disciplina pubblica del corpo. Su un suolo di sabbia, senza sottomissione né immobilizzazione a terra: conta soltanto la caduta padroneggiata dell’avversario.
A questa lotta in piedi, Dar al-Hiraf aggiunge una seconda forma, di lignaggio distinto: la lotta a terra, in un pantalone di cuoio lavorato ispirato al kispet della lotta ottomana (yağlı güreş) — tradizione agonistica anch’essa documentata da secoli, ma estranea alla muṣāraʿat al-nūba descritta più sopra. Le due tradizioni non si confondono: la prima si pratica in piedi, sulla sabbia, senza lavoro a terra; la seconda, precisamente, vi si consacra. Dar al-Hiraf le tiene l’una accanto all’altra piuttosto che fonderle in una sola — due scuole, due gesti, la stessa esigenza di misura. La forma a terra resta riservata al contesto interno dell’addestramento, mai alle occasioni di rappresentazione pubblica.

RIMĀYA
Tiro con l’arco
Rimāya. Respiro, mira, immobilità prima del gesto. Una disciplina di misura tanto quanto di forza.
وَالسَّهْمُ لَولا فِراقُ القَوسِ لَم يُصِب
« La freccia, senza separarsi dall’arco, non raggiungerebbe il bersaglio. » — al-Shāfiʿī
Il tiro con l’arco forma meno il braccio che lo spirito: immobilità interiore prima di ogni movimento esteriore, attenzione totale portata a un solo istante. Disciplina di concentrazione e di ritegno.
La rimāya fu una delle più antiche arti della furūsiyya, praticata sin dall’alba dell’islam e sistematizzata da generazioni di maestri, in particolare sotto i Mamelucchi. Vi s’insegnava meno a toccare il bersaglio che a padroneggiare il corpo e il respiro nell’istante che precede il tiro: la stessa disciplina interiore che cerca oggi Dar al-Hiraf.

ARTI DEL COMBATTIMENTO
Sayf wa-l-turs — la spada e lo scudo
Scherma tradizionale a spada curva e piccolo scudo tondo, attestata presso gli Arabi medievali accanto alla lancia e alla lotta. Due uomini, due lame smussate, la guardia che protegge tanto quanto minaccia — lo stesso spirito di misura del taḥṭīb, ma portato dal ferro piuttosto che dal legno. Rientra, come l’arco e la lotta, nella linea della furūsiyya — formazione del corpo prima di ogni specializzazione.
الخيلُ والليلُ والبيداءُ تعرفني والسيفُ والرمحُ والقرطاسُ والقلمُ
« I cavalli, la notte e il deserto mi conoscono — la spada, la lancia, la carta e la penna. » — Abū al-Ṭayyib al-Mutanabbī, X secolo
Questo verso, uno dei più celebri di tutta la letteratura araba, dice tutto: la padronanza della spada non è mai separata da quella della penna. Il corpo formato e lo spirito coltivato sono una sola e medesima disciplina.
Nessun abito dedicato è tagliato per questa disciplina: la stessa gandora di base basta, maniche arrotolate e fissate sopra il gomito per liberare il gesto, e una cintura rinforzata a doppio passante per ricevere il fodero. Solo il turs (تُرس, lo scudo) porta la propria fattura — cuoio teso su anima di legno, ornato di una stella a otto punte, tenuto da una cinghia d’avambraccio e una impugnatura centrale.

Turs — faccia anteriore, stella a otto punte

Turs — rovescio, impugnatura e cinghia

Sayf wa-l-turs — addestramento alla spada e allo scudo

LA MISURA A TRE PASSI
Ar-Rumh — la lancia
La quarta arte del canone della furūsiyya mancava ancora alla casa. Ibn Akhī Hizām poneva il gioco della lancia al vertice della scienza del cavaliere, e i manuali mamelucchi, la Nihāyat as-sūl come i settantadue bunūd di Najm ad-Dīn al-Aḥdab ar-Rammāḥ, le consacrano più esercizi che a qualunque altra arma. Ciò che la lancia insegna e che le tre altre discipline non insegnano si lascia dire in una distanza: l’arco educa l’istante che precede il gesto, la lotta il corpo a corpo, la spada la misura a un braccio, e la lancia la misura a tre passi.
Un uomo vi impara a occupare i tre metri che gli stanno dinanzi senza gettarvisi, a leggere il proprio vis-à-vis prima che i corpi s’incontrino, e a portare lo sguardo là dove l’asta andrà piuttosto che là dove si trova. È una disciplina dell’occhio tanto quanto del braccio, e si pratica abbastanza lentamente da essere inutilizzabile come dimostrazione.

Le aste escono dalla bottega del legno, raddrizzate alla pialla e controllate su tutta la loro lunghezza.
Il frassino è tornito, raddrizzato alla pialla poi verificato da colui stesso che se ne servirà, e questa disposizione non ha nulla di un’economia: la bottega della casa fabbrica gli strumenti delle discipline che la casa insegna, nello stesso modo in cui la selleria fornisce la ʿudda del cavallo. Un’asta fatta qui e rotta al primo esercizio si rifà qui.
الثِّقافُ ما تُسوَّى بِهِ الرِّماحُ، وَتَثقيفُها تَسوِيَتُها
« Il thiqāf è ciò per cui si raddrizzano le lance, e raddrizzarle si dice tathqīf. » — Lisān al-ʿArab
La radice th-q-f designa innanzitutto questo lavoro di bottega, il legno storto passato e ripassato in un blocco forato finché non corra diritto, ed è su di essa che l’arabo contemporaneo ha formato thaqāfa, la parola che dice oggi la cultura. La filiazione chiede d’essere enunciata con prudenza, poiché il senso moderno è recente e procede da un calco, ma la lezione dei dizionari classici non si presta a discussione e il gesto che descrivono è esattamente quello del falegname.

Il thiqāf, blocco forato stretto al banco, nel quale l’asta è raddrizzata.
Il primo anno si fa a piedi, nella parte ombreggiata del giardino e su terra battuta, in ragione di due sedute per settimana a fine riyāḍa, mai il giorno della lotta a terra. Le aste misurano da due metri venti a due metri ottanta, portano un’estremità arrotondata o un cappuccio di cuoio cucito, e non ricevono mai ferro. Il lavoro montato, con gli anelli e il birjās, verrà più tardi e fuori della medina, sul terreno d’equitazione, quando l’assetto sarà sicuro: il cavallo deve innanzitutto accettare l’asta intorno alla testa e ai fianchi, e ciò s’ottiene alla stalla, su più mesi.

Il muʿāwin olia il legno e cerca le fenditure prima della seduta.

La rastrelliera, fatta dalla bottega del legno, dove le aste si sistemano in piedi e all’asciutto.


La selleria
L’ʿudda non nasce da sé: esce da una bottega. È la prima che la casa apre — la selleria, che riunisce il cuoio, il legno e il metallo, e attorno alla quale lavorano altri dieci mestieri. Una sella da parata si compone di trentotto pezzi e richiede fra i sei e i dodici mesi.
Le parole di questa pagina sono nel glossario comune; le opere citate nelle fonti; la casa sorella è Al-Funduq aṣ-Ṣiqillī.

