Formare chi dovrà guidare
Da due settimane a sei mesi e oltre, i figli delle famiglie che governano vivono nella Casa come i ragazzi della comunità: per forgiare il carattere, non per farsi maestri d’arte.
Chi viene, e per quanto tempo
La Casa è pensata anzitutto per chi vuole farne un mestiere. Ma sulle due sponde le generazioni chiamate a responsabilità di governo, d’impresa e di mecenatismo hanno bisogno di una scuola che raramente trovano a casa propria, e la Casa, che forma gli uomini attraverso il lavoro, può offrirgliela. Chi ne faccia richiesta può trascorrervi uno stage di durata variabile, da due settimane a sei mesi e anche più.
È una sola formazione del carattere, vissuta in due case. I giovani della classe dirigente araba la compiono al Riad Al-Uns, a Fez; i giovani della classe dirigente occidentale, nei fondachi, a cominciare da Al-Funduq as-Siqilli, in Sicilia. Cambiano la soglia e la lingua della giornata, non la regola né il modo di formare.
Vi si entra come tutti gli altri: per nome, su domanda propria, se si ha l’età della Casa e solo se la Casa lo accoglie, perché può rifiutare. Nessun titolo, nessun incarico atteso e nessuna donazione della famiglia danno diritto all’ammissione, alla durata del soggiorno o all’esito della domanda. Il nome di chi sostiene la Casa sta sulle opere, non sulle persone.

Che cosa si fa
Lo stagista vive esattamente come i ragazzi della comunità, pur senza essere avviato al mestiere d’arte. Lavora in bottega accanto a un maestro, pratica lo sport e le attività coreutiche e musicali della Casa, siede alla tavola comune e ha la giornata regolare di un residente. Non è un ospite: dorme nelle camerate della Casa, e non in Al-Munya, dove l’ospite resta sempre ospite.
Lo scopo non è la maestria, ma il carattere: ciò che un uomo diventa quando per mesi nessuno gli riconosce un rango e il banco, che non si lascia convincere, giudica da solo il suo lavoro. A Fez la giornata comprende la preghiera, e nessun compagno si fa giudice della fede di un altro; in Sicilia la soglia è laica, e la regola si ferma al lavoro, alla tavola e alla vita comune.

Imparare a obbedire per imparare a comandare
Chi sarà chiamato a decidere del lavoro altrui impara più dalla fatica di eseguire bene un gesto semplice che da qualunque discorso sul lavoro. Per questo lo stagista comincia dal basso: obbedisce, come obbediscono tutti i compagni, al maestro della bottega. Imparare a obbedire significa riconoscere la competenza e la disciplina del lavoro, non rinunciare al giudizio: accettare la guida del maestro, svolgere anche i compiti umili e rispondere del proprio operato.
«Si dice bene che non sa comandare chi non ha mai ubbidito a un altro.»
Aristotele, Politica, III, 4, 1277b (traduzione nostra)
L’obbedienza della Casa non è quella dell’età né del rango. Il divario d’età fra maestri e allievi è volutamente piccolo: i maestri hanno pochi anni più degli apprendisti, e l’apprendista vede nel proprio maestro ciò che potrà essere fra qualche anno, se persevera. Fra uomini di età vicine l’autorità deve farsi riconoscere per esistere. Si obbedisce a una mano che sa ciò che la propria deve ancora apprendere, e non a una data di nascita. È ciò che rende l’obbedienza sopportabile nel tempo, e che permette di impararla.
Ha limiti precisi. In bottega il maestro comanda sul lavoro, sugli strumenti, sui tempi e sulla qualità; fuori dalla bottega è un compagno più avanti nel mestiere, e non ha alcuna autorità sulla fede, sulle amicizie o sulla vita privata di nessuno. Il maestro è maestro di un mestiere, non di una vita.
Il comando, poi, gira. Chi tiene un incarico oggi obbedisce domani al compagno che gli sta accanto, e i maestri stessi compiono, quando la casa lo esige, gli uffici dell’ultimo arrivato. A ciascuno è affidata una parte reale dell’opera, così che provi da sé che comandare presuppone, prima di tutto, la capacità di obbedire: soltanto chi ha vissuto serenamente la propria subordinazione è poi in stato di esercitare un comando.
كُلُّكُمْ رَاعٍ وَكُلُّكُمْ مَسْؤُولٌ عَنْ رَعِيَّتِهِ، وَالرَّجُلُ رَاعٍ عَلَى أَهْلِ بَيْتِهِ وَهُوَ مَسْؤُولٌ عَنْهُمْ
«Ciascuno di voi è un pastore, e ciascuno di voi è responsabile del suo gregge; l’uomo è pastore della sua casa, ed è responsabile di essa.»
Tradizione profetica, al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ, n. 893; Muslim, Ṣaḥīḥ, n. 1829

Che cosa riceve, e che cosa no
Lo stagista non paga alcuna retta: è ricevuto come un povero. La Casa gli dà le vesti, la biancheria, il letto, i pasti e anche uno stipendio, e la ragione riguarda il denaro. Il figlio di una famiglia agiata conosce spesso il denaro come ciò che una carta di credito mette a disposizione ovunque, senza che la spesa abbia un peso; chi vive del proprio lavoro sa invece che ogni acquisto costa ore di bottega. Con lo stipendio di un apprendista lo stagista misura quanto guadagna chi lavora con le mani, e impara ad amministrare ciò che ha, a metterne da parte una quota e a regolare i propri desideri sul proprio guadagno, non sulla ricchezza di famiglia: ciò che quasi tutti gli uomini imparano per necessità, e che a lui sarebbe altrimenti mancato.
Quando il giovane parte, può decidere di lasciare il denaro accumulato alla comunità o a una bottega. È sempre un dono anonimo: nessun nome lo accompagna, e la Casa non lo ricorda a chi lo ha fatto né agli altri.
La donazione di un genitore alla Casa non dà diritto a nulla: non abbrevia, non prolunga e non cambia ciò che il ragazzo vive. Chi sostiene la Casa siede alla sua tavola, quando viene, come ospite di Al-Munya, e vive fuori dalla vita degli allievi.
Lo stage in breve
- Durata
- Da due settimane a sei mesi e oltre
- Chi
- Giovani uomini dell’età della Casa, ammessi per nome
- Dove
- Camerate della Casa, a Fez e in Sicilia
- Retta
- Nessuna: vesti, letto, pasti e uno stipendio
- Scopo
- Il carattere, non il mestiere d’arte

